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Cars





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Veicoli a motore.

E conseguenze.
Come ricordava lo scrittore Fulvio Abbate [ 1 , 2 ] in una presentazione del suo libro “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi” ( Dalai Editore, 2011 ) cui ho assistito tempo fa alla Feltrinelli sotto le Due Torri ( a 051 ) l'autore nato a Bologna [ 3 ] comprò una Ferrari non perché per lui fosse uno status symbol ma per l'esercizio di una funzione molto pratica e poco ideologica, quella di rimorchiare i ragazzi.
( era una Ferrari marrone, avuta in dono da Lizzani per la sua prestazione nel film “Il gobbo”; di seconda mano ).
Guardando però le orrende macchine in strada oggi, dubito che le linee esplicitate nelle carrozzerie – mortificate ulteriormente dal grigiore – possano avere un qualche effetto attrattivo e sensuale in sé, per i soggetti ambosessi e di qualunque età.

Cars.
Ritengo che l'industria automobilistica americana abbia raggiunto negli anni '50 e '60 il top del design di settore : linee aggressive fluenti, originali e mai banali, cromature e colori cangianti che fanno battere il cuore al primo sguardo, grande spazio interno.
L'automobile diventa molto più di uno status symbol ( come le auto europee destinate ai miserabili sopravvissuti della Seconda Guerra Mondiale, che in quegli anni si stavano arricchendo con il boom economico ) : l'auto diventa un mondo ...
anzi il mondo del suo proprietario e utente.




Quest'opera dell'illustratore canadese Bruce McCall [ 4 ] forse voleva essere satirica nelle intenzioni dell'autore, ma ha reso coerentemente l'idea di auto-mondo.


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Quindi l'impoverimento e la decadenza da Basso Impero di cui si legge ogni tanto.
Che nell'ordine temporale dello svolgimento del fenomeno è prima estetica e concettuale, poi materiale : a partire dagli anni '70 le meravigliose e sensuali linee delle macchine a motore ( e non solo di quelle, ma anche di molti altri prodotti di consumo ) vengono rozzamente geometrizzate con il righello, diventano una roba pesante e grigia da socialismo realizzato, non si distinguono più i modelli di una marca da quelli dell'industria concorrente ( anzi tutti copiano tutti, il risultato è il paciugo ) ... diversi marchi spariscono e gli altri vengono inglobati in poche corporation globali che non abbisognano più di affascinare e conquistare il consumatore ma impongono brutalmente il proprio Potere.
E il colore delle auto in strada ?
E' quasi sempre nero, grigio, blu scuro : una tristezza deprimente che peggio non si potrebbe.
E quando un costruttore alimenta il proprio prodotto con linee che si discostano un pochino dal parco macchine in strada, il risultato è forzato a colpi di compasso digitale ... poco o per nulla fluido, sgradevole, la ricerca dell'eccentricità – presunta tale – sembra l'obiettivo sopra tutto. 




Il design della Nissan Juke [ 5 ] è un esempio di presunta eccentricità e vero cattivo gusto.

La gente è talmente grigia dentro che anche quando sfoglia un catalogo provvisto di colori gioiosi da scegliere nella palette, alla fine opta per il grigio metallizzato o declinazioni scure vicine al nero.
Per incapacità di rappresentarsi agli altri, più che per timidezza del mettersi in evidenza.
Per conformismo nichilista.
Altrimenti detto “morte interiore”.
La direzione presa dai produttori nel mercato odierno – quella di veicoli che si guidano da soli senza più alcun intervento umano – non deve pertanto sorprendere : come detto, prima viene annichilito il desiderio e poi viene cancellata l'azione ( il piacere fattivo ).

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13 commenti:

  1. Le auto tendono a fagocitare i bipedi che credono di condurle.
    Da questo punto di vista esse sono sempre più voraci e ingombranti.
    In questa patologia modernista di massa, ci sono alcune eccezioni.
    Andando indietro nel tempo ecco che anche alcune auto perdono la loro funzione logicida, intelligenticida, ecocida e diventano oggetti di un certo valore.

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  2. Questo è stato abbastanza inquietante per me.
    A livello razionale non lo avrebbe dovuto essere ma emotivamente non è stato neutro. E' l'archetipo dell'essere divorati.

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    1. E' crollato il buon gusto.
      Ripeto che non c'è più bisogno di alcuna persuasione, di alcuna dichiarazione di qualità, è sufficiente il brand e la condizione di status symbol per rendere ambita qualunque cazzata.
      Fino ad un certo punto della Storia, sono state costruite macchine pensate per gli homo ...
      poi le esigenze degli homo sono state derubricate a superflue e i desideri ri-costruiti staccando dal piano materiale, non c'è più il nesso.
      E il rapporto homomachina è scalato fino alla costante, perversa intrusione della macchina nella corporeità e nella psicologia umane.
      Nel caso del settore qui sopra discusso : automobili sempre più ipertrofiche, dall'ingombro crescente non solo esterno ( maggiore difficoltà nel movimento quotidiano nelle strade ) ma anche interno ( a una macchina più grossa non corrisponde necessariamente più spazio nell'abitacolo ), senza apprezzabili vantaggi in termini di utilità e prestazioni ( i SUV non sono dei fuoristrada – ad esempio – anche se lo sembrano ) e con un coefficiente di automazione digitale in progressivo aumento ...
      fino alle auto che si guidano da sole, veri e propri robot senzienti cui affidare la propria vita mentre noi potremo continuare imperterriti l'esperienza nell'iper-spazio, magari con casco per la Realtà Virtuale.
      Da qui alla volontaria adesione al ruolo di cavie in programmi sperimentali, il passo è breve ed è già stato compiuto : ecco [ come saremo ], UUIC, quando i sensi umani ci sembreranno limitanti e ne vorremo ancóra di più.
      Come detto, credo che il lavoro psicologico sia già stato eseguito.

      :)

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  3. A me non fa ne caldo ne freddo, l'auto è solo uno strumento, una cosa. Non mi identifico con le cose.

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  4. La differenza fondamentale è che un tempo le marche per differenziarsi cercavano di creare delle forme radicalmente differenti tra marchio e marchio, ed anche originali, mentre ora fanno solo variazioni sul tema sulle medesime linee. Te ne accorgi quando parcheggi un auto degli anni 80 o 70 accanto a quelle di oggi. Salta agli occhi che quelle moderne sono tutte uguali, il che fa venire un sospetto: che in realtà le aziende siano solo fintamente concorrenti, mentre invece rappresentano semplicemente un cartello di costruttori che si spartiscono a tavolino le quote di mercato.

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    1. Io andrei ancóra più indietro nel tempo, come ho scritto nel post.
      Oggi le automobili sono senzienti e il loro scopo non è quello di raggiungere i 100 km/h ( o più ) in meno secondi possibili su strade che hanno 50 km/h ( o meno ) come limite di velocità o di essere capaci di frenare perfettamente e tornare a 0 km/h dalle suddette condizioni paradossali, ma – come per tutte le altre macchine innervate di sensori e circuiti capaci di memorizzazione dati e trasmissione senza filo nella rete – il succhiare informazioni dalla carne pulsante nell'abitacolo : quando si guideranno da sole e saranno capaci di districarsi nelle normali manovre su strada con sufficiente autorità e sicurezza, potranno trattenere più a lungo gli umani nel liquido amniotico della Grande Rete informatica.

      ===

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  5. Secondo me non si tratta delle auto. Gli stessi ragionamenti valgono per qualsiasi prodotto di consumo. Oggi sentivo del capoccia di Apple che è stato invitato ad aprire l'anno accademico alla Bocconi, successo da rock star, a sentire Monti (che se non sbaglio è il rettore). Il "guro" è fatto un discorso dove, oltre incitare i "giovani" a "osare" (vecchio mantra di Jobs), straparlava di "diversità" e di aziende che fanno "innovazione" preoccupandosi dell'ambiente. Apple vende dei gadget elettronici a prezzi esorbitanti grazie al marketing che ne fa degli status symbol e non li produce, li commissiona ai grandi produttori cinesi che forniscono tutto il mercato dell'elettronica, tutti i grandi marchi. Il vero prodotto di successo di Apple è il suo marketing, la capacità di "fare tendenza", non certo l'innovazione (che non esiste) ne l'ecologismo (vedi alla voce Cina). Non so per la diversità, essendo il capoccia notoriamente gay.

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    1. Riguardo il "succhiare informazioni", capirai, la gente vive perennemente connessa ad una rete o un'altra, invia qualsiasi tipo di informazione (conversazioni, posizione geografica, ricerche, acquisti, preferenze sessuali, eccetera) ad un numero imprecisato di entità palesi e occulte... e ci preoccupiamo dell'automobile, che viene buona ultima.

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    2. Gli stessi ragionamenti valgono per qualsiasi prodotto di consumo.

      Assolutamente sì, Lorenzo.
      E quoto anche il resto ... beh ... sia chiaro che non mi preoccupo : osservo la trasformazione, ne scrivo attraverso la mia ottica, credo che il massimo che possiamo fare è surfare sulle onde senza essere inghiottiti ( non intendo lo stare nella rete - il collegamento fisico è palese come il nostro coinvolgimento, anche quando discutiamo qui e adesso - ma piuttosto l'avere una coscienza individuale ).
      Le automobili sono entrate nella Grande Rete e ne prendo atto.

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  6. A mio avviso le auto del passato rispetto a quelle di oggi avevano un'identità nel proprio marchio, che fi norma corrispondeva a quella del proprietario e di norma fondatore del marchio stesso. A questo l'acquirente poteva rifarsi nella scelta della propria auto in una specie di impersonificazione i valori e le idee del costruttore riflettevano anche la mia personalità. Ora invece l'azienda dell'auto è un mercato finanziario dove il bene auto deve soddisfare le richieste dei clienti per il massimo profitto quindi chi conduce l'azienda più che imporre o proporre la sua filosofia di auto pensa piuttosto a cosa fare per vendere più auto adattandosi alle richieste vere o presunte del mercato.

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    1. Secondo me ci sono due dati di fatto da considerare:
      1. le aziende sono dirette da persone che non hanno alcun legame col prodotto della azienda. Il manager della multinazionale non è come l'ex-operaio che ha fondato la sua dittarella, è invece una persona la cui posizione dipende dalla capacità di creare e gestire relazioni. Il prodotto diventa solo la scusa, l'espediente per costituire "eventi" nei quali si creano e si gestiscono le relazioni.
      2. La produzione industriale può produrre un numero esorbitante di pezzi. Questo comporta la saturazione del mercato, quando ne vendi cosi tanti che tutti ne possiedono uno. A quel punto il manager di cui sopra, che non sa niente del prodotto e nemmeno gli importa di saperlo, tipicamente segue due linee di pensiero. Una comporta la riduzione dei costi di produzione del prodotto il più possibile ed incontra il limite fisico che nelle produzioni industriali il costo di produzione è già minimo, mentre si spende in proporzione molto di più in marketing. L'altra è la manipolazione della "pubblica opinione" al fine di creare "nuovi bisogni" e con questi riavviare la produzione, vedi sopra la Apple, il cui successo è essenzialmente una operazione di marketing.

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  7. > le orrende macchine in strada oggi

    In genere. sul piano dell'estetica, c'e' un meccanismo paradossale, schizofrenico, di omologazione e di voler essere comunque diversi.
    Aggiungo che un ulteriore fattore è anche l'areodinamica: l'auto ideale, col cx /cy migliore, dovrebbe essere una sorta di ogiva bifronte e le ogive sono, appunto, tutte ogive.

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    1. Qualcosa di simile alla [ Citroën Xsara Picasso ] : una roba da vomito, non capisci qual è il davanti e qual è il dietro ... icona dei tempi che viviamo.

      La maggiore aerodinamica ( = la minore resistenza dell'aria ) nella comunicazione commerciale viene generalmente associata a maggiori velocità e minori consumi.
      Insiste anche in questo settore - come in quello dei computer personali - l'ossessione per la velocità, la tensione verso la realizzazione del desiderio di farsi pura luce e perdere questa materia così pesante da portare ( chiede fatica, ponderazione e responsabilità verso sé e gli altri ).
      Con annessi e connessi.
      E' un'ennesima declinazione della deprivazione della dimensione fisica, in favore del virtuale.

      ===

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